La spesa per le pensioni nel corso del 2002 è stata pari al 13,8 per cento del Pil, quasi il 60% delle spese complessive dell’Amministrazione Pubblica per la protezione sociale. A loro volta, le spese per la protezione sociale sono pari a un quarto del Pil e ai due terzi delle spese correnti al netto degli interessi. La spesa per la protezione sociale diversa dalla spesa pensionistica è costituita principalmente dalla spesa sanitaria, il 5,8% del Pil, e dalle spese per l’assistenza e gli ammortizzatori sociali, pari a poco più del 2% del Pil. Nè la spesa sanitaria, nè quella assistenziale e di sostegno al mercato del lavoro è prevedibile si riducano in futuro. Anzi, le prospettive segnalano un incremento inerziale di quella sanitaria, a causa dell’invecchiamento della popolazione, e un incremento discrezionale di quella per ammortizzatori sociali, a causa della aumentata flessibilità dei rapporti di lavoro. Da ciò consegue il corto circuito comunicativo diventato frequente nella pubblicistica: meno pensioni per poter ridurre le imposte. Ovviamente, meno pensioni è un modo sbrigativo per indicare una crescita della spesa pensionistica a velocità inferiore a quella della crescita delle risorse (il Pil). La commissione di studio delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale, costituita dal governo Prodi sei anni fa, aveva utilizzato un altro corto circuito comunicativo: meno pensioni per poter sviluppare le funzioni asssistenziali e gli ammortizzatori sociali. Lo sviluppo di queste spese dovrebbe essere finalizzato alla maggiore tutela dei disoccupati, alla estensione della tutela anche a chi attualmente non ce l’ha e a programmi di assistenza nazionali, non affidati solamente alla buona volontà degli amministratori locali.
(da P. Onofri, Pensioni, tasse e contributi, in “il Mulino”, n. 408, 2003, pp. 699-704)